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Viaggio nel tortuoso rapporto tra Psichiatria e criminalità
Il problema del rapporto fra psichiatria e criminalità è ogni giorno riproposto da fatti di cronaca che colpiscono l’immaginario collettivo: dai crimini più efferati a tutta una serie di comportamenti, spesso anche di scarsa rilevanza criminale, ma di grande impatto sul vivere quotidiano.
L’opinione pubblica è portata ad oscillare tra l’idea che esista una stretta correlazione fra disturbo mentale e criminalità e quella che siano due fattori autonomi, solo marginalmente capaci di embricarsi. Del resto, nel secolo scorso, nel nostro Paese, si sono alternate due leggi di assistenza ispirate, abbastanza radicalmente, al primo o al secondo punto di vista. Dietro a tutto questo c’è il tema della custodia che, pur cancellato dalla Legge di riforma (Legge 180/78 e Legge 833/78) attualmente vigente, viene continuamente riproposto sia dai media che da articoli del Codice Penale che, con la legge sopracitata, entrano in contraddizione.
Dove sta il punto di caduta? Quale lo stato dell’arte? E che cosa arriva dalle acquisizioni psichiatriche, le più recenti ed accurate?
Tutto questo viene messo a fuoco dai due autori con una particolare attenzione a quella costellazione personologica, comunemente indicata come “personalità psicopatica”, in cui il Male sembra avere una drammatica condensazione e attualizzazione.
E dunque c’è un rapporto fra disturbi mentali e rischio criminale? Si può quantificare questo rischio? Sono possibili distinzioni in base al tipo di patologia? Infine: quale contributo si può portare al dibattito che infiamma l’opinione pubblica?
Partendo da una disanima del problema, il lavoro propone alcuni suggerimenti operativi nel qui e ora della realtà italiana, a quasi mezzo secolo dalla Legge di riforma del ’78.